Annientamento – Jeff VanderMeer

Ci sono una biologa, un’antropologa, una psicologa e una topografa che partono per una spedizione – la dodicesima – nella misteriosa Area X.
Sembra l’inizio di una barzelletta di quelle sugli stereotipi con le donne astronauta che dopo “Houston abbiamo un problema” proseguono con “niente, non c’è niente che non va, sei tu che non mi capisci”, ma non è così.

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Annientamento, Libro Primo della Trilogia dell’Area X, edito da Einaudi (che ha creato la sua copertina più innovativa e figa – si può dire figa in una recensione? è la parola migliore per descrivere l’illustrazione di Lorenzo Ceccotti) è un romanzo che gioca con le paure degli esseri umani, costringendo il lettore ad affrontarle attraverso le parole vergate dalla Biologa, voce narrante della vicenda, nel suo diario.

L’ambientazione ricorda un Indiana Jones post disastro ambientale: un’intera area interdetta all’umanità e un confine oltrepassabile solo sotto ipnosi, un campo base che ancora mostra i segni della spedizione precedente, una torre – o un tunnel – sprofondata nel terreno che sembra pulsare come un cuore umano. Le quattro donne si trovano a respirare così spore e sospetto, mentre la natura intorno a loro ce la mette tutta per farle sentire ospiti sgradite.

Nonostante il racconto sia smilzo – 182 pagine – il ritmo della narrazione è in certi punti esasperatamente lento, soprattutto considerato che le parole che leggiamo dovrebbero essere un veritiero resoconto di ciò che la Biologa ha vissuto. La credibilità del trucco viene intaccata nel momento in cui ampi stralci di conversazione vengono riportati con tanto di discorso diretto – abbastanza incredibile per qualsiasi persona dotata di una memoria nella media. Inoltre ho l’impressione che VanderMeer si diverta non poco a confondere il lettore: sembra quasi di vederlo sorridere ripetendosi tra sé e sé “il bello deve ancora venire, pensate di aver capito qualcosa? Bene bene bene…”. Lo stesso livello di sadicità di J.J.Abrams durante lo sviluppo di Lost, in pratica. Il problema è che, se adoro il cliffhanger nelle serie tv, in un romanzo non riesco proprio a digerirlo: va bene strutturare una trilogia e quindi lasciare interrogativi aperti alla fine del primo libro, va bene divertirsi alle spalle del lettore che spera di capire quello che sta leggendo, ma non trovo molto corretto questo desiderio di confondere il lettore lasciandolo indeciso tra lo scrivere subito all’agente dell’autore per chiedere con insistenza il secondo capitolo della saga, o il dimenticarsi completamente di quella cosa un po’ assurda che ha appena letto, facendogli perdere completamente interesse per lo sviluppo della vicenda.

In conclusione, sospendo il mio giudizio fino all’uscita del secondo libro (che ovviamente leggerò, figuriamoci se posso andare avanti facendo finta di non aver mai scoperto questa storia), ma questo approccio seriale alla letteratura non riesce a convincermi fino in fondo, un po’ come la pizza fusion con il sushi, ma questa è un’altra storia.

È Così che la follia del mondo prova a impossessarsi di te: penetrando dall’esterno, costringendoti a vivere nella sua realtà.

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