Occhiali.

Pensate alla vostra paura più grande.

Ma non quelle esistenziali, no; non pensate alla morte, al fallimento, ad una vita di zittellaggio circondata da orde di gatti, anche se, per quanto mi riguarda, diventare una gattara è uno degli obiettivi da raggiungere prima dei settant’anni. Pensate a quella paura che vi ridimensiona lo stomaco, trasformandolo in un lasso di tempo calcolabile in frazioni di secondi in un paio di calzini arrotolati che si agitano nel cestello della lavatrice.

Se siete miopi e sbadati come la sottoscritta, quella paura può essere solo perdere gli occhiali da vista.

Ho ventitré anni quasi ventiquattro e porto gli occhiali da quando ne avevo sei. Ventitré meno sei fa diciassette, che sono più di due terzi della mia vita passati a guardare il mondo dietro a un paio di lenti, molto spesso sporche o appannate. Sia chiaro, non ho nessun tipo di trauma, tranne forse quello di sentirmi in colpa per aver macinato videocassette su videocassette Walt Disney stando con il naso a due centimetri dal televisore, ma nessuno mi ha mai chiamato quattrocchi, neanche nel crudele reame delle scuole elementari.

Capita, se cresci nella generazione di Harry Potter, la cui miglior magia risiede proprio nell’aver sdoganato gli occhiali da vista, anche quelli sbilenchi e rattoppati con il nastro adesivo, anni prima che essere nerd, o presunto tale, spingesse ragazzine con una vista da rapace a indossare montature con lenti neutre, per moda.

Nessun astio nei confronti di Madre Natura, quindi, per avermi giocato il tiro mancino di una vista che si affievolisce ogni anno che passa, costringendomi, ad ogni rivoluzione completa del pianeta terra, ad una personalissima Via Crucis.

Prima stazione: visita medica e oculisti dotati di scarso senso dell’umorismo, riscontrabile quando dico di vedere il simbolo di Batman sul tabellone invece delle classiche lettere.

Seconda stazione: ottici che si ostinano a propormi montature di rugiada e ragnatela, con la scusa che io le scelgo sempre troppo spesse e che dovrei provare qualcosa di più elegante, da ragazza matura, ignorando, o meglio facendo finta di ignorare, visto che l’ottico in questione è lo stesso da quando avevo sei anni, che i miei occhiali sono più importanti del fucile per il Sergente Hartman: io faccio la doccia indossando gli occhiali, mi addormento con gli occhiali ancora sul naso, faccio l’amore con gli occhiali sbilenchi sul viso, anche se alcune volte sarebbe stato meglio toglierli e non vedere le espressioni ridicole dei miei compagni di avventura.

Terza stazione: guardarsi allo specchio e riconoscersi, rendere quella plastica e quel vetro parte del mio viso, sentirmi la stessa di prima, solo con qualche diottria in meno.

E poi la maniacale attenzione con cui tratto i neonati occhiali per la prima settimana della loro vita: salviette per pulire le lenti, custodia di pelle finta in cui metterli a riposare la notte, e mi raccomando, ricordati di toglierli con entrambe le mani, altrimenti si allargano le asticelle e devi tornare a farle stringere. La prima settimana, ovvio, dall’ottavo giorno torno a considerarli parte integrante del mio corpo e svanisce ogni tipo di attenzione o cura. Inizio a dare gli occhiali per scontato, cercando di aggiustarmeli sul naso anche quelle poche volte che, per puro masochismo, porto le lenti a contatto, lacrimando come una vedova inconsolabile, gli occhi rossastri come un coniglio albino e l’impressione di essere nuda, senza quei mattoncini invisibili a proteggere il mio sguardo dal mondo.

Ma la paura, ragazzi, la paura è sempre là in agguato, pronta a suonarti in testa come la sirena isterica di una pantera della polizia appena un pallone, una pallina, un piccione impazzito entrano nel tuo campo visivo.

Panico. Vedo già gli occhiali cadere a terra, calpestati da me, calpestati dal piccione, divorati dalla pantera. Un giardino zoologico della catastrofe si profila nella mia mente, mentre l’oggetto volante non identificato passa a metri di distanza da me e dai miei occhiali, incolumi.

Solitamente le persone ridono di questa mia tendenza alla tragedia, ma smettono appena mi tolgo con un gesto fluido gli occhiali e li appoggio sul naso, o nelle vicinanze, vista la mia momentanea cecità, della persona che ha appena finito di schernirmi con un “ma dai, non puoi vederci così poco”. Indossare i miei occhiali, per una persona che ci vede bene è stata definita un’esperienza mescalinica, da accompagnare con un bugiardino: aut. min. rich. può avere effetti collaterali tra cui visione di draghi rosa e apertura delle porte della percezione.

Dopo un’esperienza simile ricevo occhiate solitamente riservate ad un cucciolo di Beagle abbandonato in autostrada. Fortunatamente il più delle volte non ho ancora riacquistato il dono della vista e posso fingere che quello sguardo non esista.

Poi inforco di nuovo gli occhiali, sperando che quando l’apocalisse zombie busserà alla mia porta, avrò il tempo di afferrarli dal comodino, prima di scappare.

Angela Bernardoni - Cimento - Occhiali

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