1984 – George Orwell

Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.

1984

1984 è Il Romanzo Distopico, quello che, una volta letto, ti spinge a riconsiderare tutte le regole del genere (gli scenari della paura nella Divergent Trilogy di Veronica Roth non vi sembreranno più così innovativi, e anche l’albero degli impiccati di Susanne Collins vi ricorderà un castagno). In 1984 la storia viene riscritta ad ogni variazione dell’assetto mondiale, ogni guerra è sempre stata uguale e le alleanze non sono mai cambiate, le notizie vengono distrutte perché chi controlla il passato, controlla il futuro, chi controlla il presente, controlla il passato. Proprio per questo il protagonista, Winston Smith, membro del Partito Esterno, inizia a scrivere un diario, interrogandosi non solo sulla pericolosità del gesto, ma anche sull’utilità delle sue parole.

Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presente, nel qual caso non l’avrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sua asserzioni non avrebbero avuto senso.

Winston, in definitiva, capisce COME, ma non capisce PERCHÉ.

Capisce, però, l’importanza di scrivere per ricordare, in maniera speculare ad un altro grande personaggio, Guy Montag, protagonista del romanzo del 1953 Fahrenheit 451, che si trova a fronteggiare il divieto di leggere, quando i libri sembrano l’unico mezzo per comprendere (qua andrebbe approfondito il discorso sulla memoria, aspettatevi una rilettura e conseguente recensione di Bradbury appena ho un momento libero).

Scritta nel 1948 (Il titolo è ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno) e pubblicata nel 1949, l’opera risente dell’eco di una guerra appena conclusa, delle grandi dittature totalitariste; l’immagine stessa del Big Brother non può che far pensare a Stalin, Hitler e a Lord Kitchener, probabilmente meno conosciuto, ma iconico per il suo manifesto di reclutamento ripreso poi negli USA con lo Zio Sam.

Ma il punto più alto, a mio avviso, viene raggiunto da Orwell nella descrizione dei prolet, ultimo scalino della piramide sociale, avvilente anticipazione del cittadino del mondo nel 2015.

Il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte. Tenerli sotto controllo non era difficile. Agenti della Psicopolizia s’infiltravano fra loro, diffondendo false notizie e individuando, per poi eliminarli, quei pochi che davano l’impressione di poter diventare pericolosi. Non si faceva nulla, però, per inculcare loro l’ideologia del Partito. Non era auspicabile che i prolet avessero forti sentimenti politici. Da loro non si richiedeva altro che un po’ di patriottismo primitivo al quale poter fare appello tutte le volte in cui era necessario fargli accettare un prolungamento dell’orario di lavoro o diminuire le razioni di qualcosa. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché, privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi.

Lo trovo veramente terrificante.

Come terrificante è il Partito, capace di giocare con le vite dei cittadini per anni, capace di ingannarli, di far credere loro che una resistenza sia possibile, finché non è troppo tardi per capire il loro subdolo gioco. Neanche l’amore può niente davanti agli orrori, alla tortura, alla stanza 101. Il tradimento è inevitabile, la libertà impossibile ed alla fine due più due non potrà ottenere per risultato altro che cinque.

La cosa terribile che aveva fatto il Partito – mentre vi derubava di qualsiasi controllo sulla realtà – era stata quella di convincervi che gli impulsi e i sentimenti non avevano alcun valore. una volta caduti in balia del Partito, quel che sentivate, quel che facevate o vi astenevate dal fare, non cambiava, letteralmente, niente. In ogni caso scomparivate, e di voi e delle vostre azioni non restava più traccia. Venivate sottratti completamente al flusso della storia.


Forse, a ben pensarci, un pazzo non era che una minoranza formata da una sola persona.


Il profumo dei suoi capelli, il sapore della sua bocca, le sensazioni che gli trasmetteva l’accarezzarla, sembravano essergli entrati dentro, riempire l’aria che respirava. Julia era diventata una necessità fisica, qualcosa che non soltanto desiderava, ma alla quale pensava di avere diritto.


Resistance, canzone del 2009 della band britannica Muse, è ispirata alla storia tra Julia e Winston.

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