Tenera è la notte – Francis Scott Fitzgerald

Away! away! for I will fly to thee,
Not charioted by Bacchus and his pards,
But on the viewless wings of Poesy,
Though the dull brain perplexes and retards: Already with thee! tender is the night,
And haply the Queen-Moon is on her throne, Cluster’d around by all her starry Fays
But here there is no light,
Save what from heaven is with the breezes blown Through verdurous glooms and winding mossy ways.

— John Keats, Ode to a Nightingale.

Tenera è la notte, ma qui non c’è più luce, il verso di Keats diventa titolo per Fitzgerald, in questo romanzo di forti luci e gigantesche notti.

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Sono proprio le ombre che queste luci generano a caratterizzare queste pagine: non la freschezza di Rosemary, mero agente catalizzatore che fugge lontano da Dick avvolta nella sua giovinezza come la coda di una cometa, non la Costa Azzurra, i ruggenti anni Venti, i duelli all’alba; le ombre, quelle di un uomo sposato al suo lavoro, non solo come metafora ma nella figura di Nicole reduce da un trauma infantile che sembra poterle permettere di trovare giustificazione ad ogni suo comportamento, a sua volta ombra di una Zelda già chiusa in clinica con la diagnosi di schizofrenia. Tenera è la notte è un romanzo complesso come sempre lo sono quelli in cui novel e autobiografismo si fondono, quelli in cui il protagonista si chiama Dick, ma potrebbe essere anche Francis, un Francis infastidito dal romanzo che Zelda ha scritto in sei mesi e pubblicato nel 1930 con il titolo Lasciami l’ultimo valzer in cui racconta senza filtri la vita matrimoniale con lo scrittore. Fitzgerald tenta di ricambiare il favore in queste pagine, sconfitto, amareggiato, ma comunque innamorato della sua Zelda e quindi incapace di creare per lei un cattivo futuro, a discapito ovviamente di Dick, e di lui stesso.

Di nuovo i nomi: poi si aggrapparono l’uno all’altro come se il taxi li avesse così gettati. I seni di lei si schiacciarono contro di lui, la bocca le riuscì tutto nuova e tiepida, posseduta in comune. Smisero di pensare con un sollievo quasi penoso, smisero di vedere; si limitarono a respirare e a cercarsi. Erano entrambi nel grigio mondo gentile di una dolce cappa di fatica, quando i nervi si rilassano in fasci che paiono le corde del pianoforte e scricchiolano improvvisamente come sedie di vimini. Nervi così crudi e teneri devono per forza congiungersi ad altri nervi, le labbra alle labbra, il seno al seno…
Erano ancora nella fase più felice dell’amore. Erano pieni di illusioni coraggiose nei riguardo l’uno dell’altra, illusioni tremende, per le quali la comunione dell’io con l’io pareva su un piano in cui nessun’altra relazione umana importava. Pareva a entrambi di esservi arrivati con una innocenza straordinaria, come se una serie di puri casi li avesse spinti ad unirsi, tanti casi che alla fine erano costretti a concludere di essere fatti l’uno per l’altra. Erano arrivati con le mani pulite, o almeno così pareva, senza alcuna concessione a una mera curiosità o a un mero gusto clandestino.

A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere, e il ricordo lo dominava a un punto che per il momento non poteva far altro che fingere.

— Pensa in questo momento quanto mi ami; — mormorò. — Non ti chiedo di amarmi sempre così, ma ti chiedo di ricordare. Nascosta dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera.

Be’, non si sa mai esattamente quanto spazio si occupi nella vita della gente. Pure, da questa nebbia l’attaccamento di lui emerse: i migliori contatti sono quelli di cui si conoscono gli ostacoli e pure si vuole conservare un rapporto.

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