Dell’amore e di altri demoni – Gabriel García Márquez

Se mi chiedessero qual è il mio libro preferito di Márquez risponderei, premettendo che comunque Cent’anni di solitudine è il capolavoro assoluto, che è questo.

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In questo racconto, lungo ogni riga delle sue centosessanta pagine, si respira passione, odore di cacao e di opulenti fiori tropicali di Cartagena de Indias. Uno splendore per gli occhi, ma anche per le orecchie e il naso di chi sa immaginare melodie e suoni, di chi riesce a sentire con la mente il tintinnare delle collane africane della ragazzina posseduta e le sue urla strazianti.

Dell’amore e di altri demoni racconta la storia di Sierva María de Todos los Ángeles, marchesina morsa da un cane rabbioso alla soglia dei dodici anni, rinchiusa poi in convento, accusata di possessione demoniaca. Intorno a lei si sciolgono e si intrecciano le vite dei genitori, possedute, perché ognuno ha i suoi demoni con cui fare i conti, dall’odio, il rancore, la rassegnazione e il desiderio di redenzione.

In convento Sierva María sarà affidata alle cure mediche e spirituali di padre Cayetano Delaura, pupillo del vescovo, che si innamorerà perdutamente e senza scampo della bella ragazzina silenziosa dalla caviglia martoriata.

Potreste dire che è una storia alla Lolita, anche se la distanza geografica e storica attenua le questioni dell’età, ma Dell’amore e di altri demoni è soprattutto la storia della passione che diventa malattia, che divora l’anima, che non lascia scampo. Io sono un’inguaribile romantica e riesco ogni volta ad emozionarmi su queste pagine piene di oscurità e luce soffusa, di realismo magico, e ad amareggiarmi per come le cose vanno a finire, per un finale che nessuno si augura per la propria storia d’amore, per quella storia d’amore che non sarebbe neanche dovuta esistere, e che quindi ha vissuto anche troppo.

• Non c’è medicina che guarisca quello che non guarisce la felicità.

• Nessun pazzo è pazzo se ci si adatta alle sue ragioni.

• Provò quasi tutto, meno che domandarsi se quello fosse il modo giusto per farla felice.

• Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto.
«È vero» le rispose lui, «ma farai bene a non crederci.»

• Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto e il potere di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stato morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui recitava versi, finché ebbe l’impressione che Sierva María si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impauriti fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
«E adesso?»
«Adesso nulla» disse lui. «Mi basta che tu lo sappia.»

• Io finirò per abbandonarmi senza arte a chi saprà perdermi e finirmi.

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