Paolo Giordano – Il nero e l’argento.

Quando nel lontano 2008 Paolo Giordano vinse il Campiello Opera Prima, lo Strega e probabilmente qualche premio minore alla Sagra del Cinghiale al Mare, mi lessi La Solitudine dei Numeri Primi non una, ma due volte, disturbata dal fatto che un libro di cui tutti parlavano non fosse riuscito a trasmettermi nessun tipo di emozione.

Nonostante questo, Paolo Giordano, di cui mi sono innamorata a prima vista dopo aver buttato uno sguardo fugace alla foto nel risvolto di copertina, resta uno degli scrittori italiani che mi incuriosisce e che continuo a leggere.

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Perché Giordano non scrive male, anche se la sua mente da matematico gli impedisce di descrivere gli eventi in maniera coinvolgente ed empatica, come se ci fosse sempre una lastra di vetro tra ciò che sta accadendo e ciò che i protagonisti stanno provando.

Una cosa però, non la posso perdonare: 15 euro per un libro di 120 pagine vuol dire pagare ogni pagina più di un euro, mi sembra un’esagerazione non giustificabile con una rilegatura rigida, cara Einaudi.

Ma di cosa parla, questo romanzo?
Il Nero e L’Argento è la vivisezione di una giovane coppia alle prese con la malattia e il lutto di una persona a loro vicina, narrata dal punto di vista dell’uomo, schietta, veritiera, anche aspra in determinati punti. Il Nero e L’Argento è una storia semplice, quasi un flusso di coscienza, retto da una trama esile come la quotidianità delle vite altrui, una sbirciatina veloce tra le tende di una finestra affacciata sulla strada, un romanzo intimo e affilato, un romanzo bisturi, che si legge in un soffio, come se fosse una puntata isolata di una soap opera vista per caso, una veloce capatina nelle vite altrui per uscirne poi ristorati, per uscirne pensando che cose del genere non succedono a noi, alle nostre coppie, alle nostre famiglie, per illuderci che nelle nostre vene scorra l’argento, che il nero non esista, non faccia parte di noi. Anche quando ovviamente non è così.

Mi ha confessato che apparecchiava ancora la tavola per lui, dopo tutti quegli anni. Ho sempre pensato che fosse molto romantico. Romantico e un po’ patetico. Ma tutto ciò che è molto romantico è anche patetico, no?

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