[Premio Strega] Antonio Scurati – Il padre infedele.

Sì, perché sotto sotto intuisci fin da ora che, se nell’Ottocento il conte Tolstoj scrisse che tutte le famiglie felici si somigliano ma ogni famiglia è infelice a modo. Suo, oggi, al principio del ventunesimo secolo, l’unica famiglia felice è quella dei frollini con la granella di zucchero.

Il padre infedele è la storia di Glauco Revelli, quarantenne chef figlio d’arte nella Milano della seconda decade del 2000. Narrato in prima persona, ci troviamo fin da subito a navigare nello stream of consciousness di questo uomo alle prese con l’innamoramento, la relazione, la paternità.

Ed è proprio la paternità a fare da spartiacque nella vita di Glauco che dal momento della nascita di sua figlia si sentirà di aver conquistato quell’appellativo -papà- più forte e tenace di ogni nome o cognome, da difendere con le unghie e con i denti, nonostante le notti insonni e le preoccupazioni, o forse proprio per questo.

Seguiamo così Glauco Revelli, moderno Enea, alle prese con la pietas, che si dimostra più forte di ogni altro sentimento, di ogni altro demone, forse immaginato, forse reale, degli incontri sessuali del protagonista.

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Probabilità di vittoria: sebbene sia il primo che affronto, tra i libri candidati, mi sembra che ci sia dell’ottimo potenziale: la casa editrice è di quelle forti, il romanzo è stato presentato da un’istituzione della letteratura italiana (Umberto Eco) e dal vincitore del Premio Strega 2013 (Walter Siti). La narrazione, che si prende i suoi tempi e mi ha ricordato in alcuni punti proprio Resistere non serve a niente di Siti, si snoda tra strizzate d’occhio alla crisi economica e alla spettacolarizzazione della cucina in tv, riferimenti all’attualità del paese che sempre più spesso vengono considerati, nell’ottica della narrazione, un valore aggiunto.

Oltre le vetrine dei ristoranti, il popolo avrebbe continuato a ingozzarsi di cibo spazzatura e a sognare la tartare di coniglio invece della rivoluzione.

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