Revolutionary Road – Richard Yates.

1955, April e Frank Wheeler, perfetto cliché della middle class newyorkese spostatasi nei sobborghi per far crescere i figli lontano dal caos della Grande Mela, sono sempre più insoddisfatti della loro vita, costretti in un lavoro stupido e convinti di meritarsi molto di più, di essere nettamente superiori alle persone che li circondano e delle quali si circondano. La soluzione? Trasferirsi in Europa, iniziare una nuova vita, soffocare le avvisaglie di una crisi ancora prima che uno dei due abbia il tempo di ammettere che sì, ci sono dei problemi nascosti dietro il vetro appannato dell’apparenza.

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Se non avete mai letto Yates, leggetelo. Non solo perché lui, alla costante ricerca di lettori, più che del successo, ne sarebbe stato felice, ma anche perché Yates è assolutamente da conoscere.

Partendo da una banale coppia di borghesi insoddisfatti (quanti altri libri cominciano così? Lo stesso scrittore non nasconde che Fitzgerald e Flaubert siano stati fondamentali per la sua istruzione), Yates disseziona l’amore, la vita e il tradimento con la stessa cura e dedizione di un capofamiglia alle prese con il tacchino del Giorno del Ringraziamento.

I Campbell, i Givings, Maureen Grube, che gravitano intorno ai Wheeler attratti dalla drammaticità con cui hanno impostato la loro vita, completano il ritratto vivido di una società in cui i segreti, le passioni nascoste, le vergogne, vengono dimenticate tra i bicchieri da aperitivo finché non è più possibile fingere, finché il momento delle rivelazioni, delle verità sputate in faccia si presenta, dopo avvisaglie violente ed irragionevoli, con ineluttabile pacatezza, dimentico di urla ed isterismi, come se i Wheeler, abituati a calcare i pavimenti della casa a Revolutionary Hill come un palcoscenico, avessero già letto il copione fino in fondo venendo a conoscenza del fatto che non ci sono più speranze, che la recita è veramente finita e che solo un finale come si deve potrà salvarli dalla loro mediocrità.

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«Sai che impressione mi fa, April? Fare questi discorsi, voglio dire, e l’idea di andarcene in Europa in questo modo?» Si sentiva teso, eccitatissimo: l’atto stesso di sedere su un tavolino da tè sembrava qualcosa di originale e stupendo. «È come uscire da un sacchetto di cellophane. È come essere rimasti avvolti in una specie di cellophane per anni, senza saperlo, e all’improvviso sbucarne fuori. È un po’ come mi sentivo quando, in guerra, sono andato in linea per la prima volta. Ricordo che facevo tutto con aria cupa e impaurita, perché era così che si comportavano gli altri, ma non riuscivo certo a metterci il cuore. Voglio dire, naturalmente ero pieno di paura, ma non è questo che conta: quel che provavo davvero non aveva nulla a che fare con l’essere impauriti o meno. Mi sentivo terribilmente vivo, ecco cos’era. Mi sentivo pieno di sangue. Ogni cosa sembrava più reale che mai: la neve sui campi, la strada, gli alberi, quel fantastico cielo azzurro tutto striato di vapori – ogni cosa. E così gli elmetti e i cappotti e i fucili, la maniera in cui i ragazzi marciavano; in un certo senso li amavo, anche quelli di loro che non potevo soffrire. E ricordo di aver avuto piena coscienza del funzionamento del mio corpo e del suono del respiro nelle mie narici. Ricordo che siamo passati per una città bombardata, tutta muri sbrecciati e calcinacci, e ho pensato che era bella. Be’, probabilmente ero solo rincretinito e spaventato come tutti gli altri, ma dentro non mi ero mai sentito meglio. Continuavo a pensare: questo è finalmente vero, questa è la verità».
«Anch’io mi sono sentita così, una volta», disse April, e nella piega ritrosa delle sue labbra Frank lesse che qualcosa di terribilmente tenero si sarebbe tra poco espresso in parole.
«E quando è stato?», chiese, confuso come uno scolaretto, incapace di guardarla fisso negli occhi.
«La prima volta che ho fatto l’amore con te».

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