Ugo Riccarelli – L’amore graffia il mondo.

Sono anni ormai che leggo i vari premi Campiello e Strega solo per poterne parlare male e finora questi acclamati best seller hanno raramente tradito le mia aspettative.
Ma con Riccarelli, mia vecchia conoscenza dal Premio Strega 2004, Il Dolore Perfetto, sapevo che avrei dovuto confrontarmi con uno scrittore da assaporare, non da schernire.
Questo libro, destinato ad essere il Campiello 2013, vuole essere, ha detto lo stesso Riccarelli prima di morire, il 21 luglio 2013, “un omaggio a tutte le donne”, donne che, come Signorina, a volte si annegano in un mare di amare rinunce e abnegazione, perdendo se stesse in favore di qualcosa di più grande, l’amore.

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Incipit.
La casa dei ferrovieri se ne stava piantata in mezzo a un fascio di binari, neanche fosse un capostazione. Aveva un unico grande portone e una sfilata di finestre bianche che a Delmo ricordavano una dentiera. L’ultima a destra era della sua camera da letto e quella mattina era l’unica spalancata, un buco nero che la faceva sembrare un dente mancante, o una carie appena visibile per lo spessore di una nebbia infame, densa come l’orzata che adesso inondava tutta la stazione impedendo quasi di vedere la torcia del Passi mentre segnalava lo scambio.

Sinossi.
È come se portasse il destino nel nome, Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento.
Un giorno dal treno sbuca un omino con gli occhi a mandorla e, con pochi semplici gesti, crea un vestitino di carta per la sua bambola. L’omino scompare, ma le lascia un dono, un dono che lei scoprirà di possedere solo quando una sarta assisterà a una delle sue creazioni.
Potrebbe essere l’atto di nascita di una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà e gli scontri in famiglia, le responsabilità, i divieti e poi la guerra… e Signorina poco a poco rinuncia a parti di se stessa, a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando infine anche lei, quasi all’improvviso, si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura comunque troppo poco, sopraffatto da nuovi doveri e nuove fatiche, e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato, costretto a “succhiare aria” intorno a sé come un ciclista in salita.
Nonostante i binari della ferrovia siano ormai lontani e la giovinezza lasci il posto a una maturità venata di nostalgia, ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione al bene e lotta per far nascere suo figlio una seconda volta, forte e capace di respirare da solo.

Citazioni.

  • Per ingannare il tempo che passava troppo lentamente s’era messa a confezionare un corredo da regina, e gli spiegò del baule, quello in fondo al letto, nella sua camera: non si chiudeva più, tanto era pieno e lei non era capace di farci stare più niente, neanche una pezza, un cinturino o un fazzoletto leggero di battista. Gli spiegò della fatica, del sudore che aveva sulla fronte e del cuore che quasi le era scoppiato per cercare di tappare quel maledetto baule e allora, gli scrisse, aveva pensato che non era obbligata a serrarlo. Poteva lasciarlo aperto, perché da sola non ce l’avrebbe mai fatta a chiuderlo e si sentiva stanca, con troppo tempo speso ad aspettare e poco a tenersi per mano, troppa distanza e pochi baci, con troppe parole e pochi fatti, con troppi mesi dietro e chissà quanti ancora davanti, e troppi viaggi, troppe difficoltà, troppe speranze e alla fine anche troppo corredo. Così l’avrebbe lasciato aperto il baule, anzi spalancato, e che lui continuasse pure a starsene lontano a mettere a posto le cose che non riusciva a mettere a posto. Lei le sue cose ce le aveva tutte in ordine, lavate, piegate e ricamate, e se il baule se ne restava aperto pazienza. (Pp. 111-112)
  • Commento.
    I libri di Riccarelli si riconoscono subito per la loro capacità di trasportarti dalla prima frase in quel mondo di nebbia e fumo di camino che è il secolo scorso, i libri di Riccarelli riescono a farti provare nostalgia per un’epoca mai vissuta.
    Ma il più grande pregio di questo libro è quello di avere come protagonista una normale donna del secolo scorso.
    Se questo libro fosse stato scritto da una donna, Signorina avrebbe abbandonato l’amore, la famiglia e la sicurezza per volare a Parigi ed aprire un atelier di successo, senza rimpianti, senza rimorsi, consapevole che un talento come il suo sarebbe stato sprecato in un paesino termale dell’Italia squassata dalle guerre.
    Ma Ugo Riccarelli, che forse conosceva le donne più di quanto esse stesse si conoscano, ci lascia un’eroina che rinuncia a sé stessa per amore. Amore per la famiglia, amore per il marito, amore per il figlio, che forse è l’amore più grande, quello che ti lascia il corpo nudo, graffiato, sanguinante. Guastato dall’amore.
    Io non sarei capace di essere come Signorina, forse mi manca l’educazione da inizio secolo, forse le comodità hanno cambiato il nostro modo di pensare, o forse semplicemente l’abnegazione è una cosa che hai o che non hai, ma riuscire a far amare un personaggio così, completamente all’opposto del modo di essere del lettore, è arte.

    Output.

  • La dedica del libro, Per Antonio, che è andato appena un attimo di là. è per lo scrittore Antonio Tabucchi, scomparso nel marzo 2012 e legato a Riccarelli da un’amicizia fraterna.
  • La canzone di Beppe per Signorina.
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